Il riscatto dei papà.


Spesso le teorizzazioni nel campo psicologico hanno centrato la loro attenzione sul peso che la figura materna ha sia sul buon funzionamento, che sul cattivo funzionamento psichico dei figli. Ciò ha nel tempo gravato pesantemente sulle povere mamme, additate qualora gli esiti educativi fossero considerati inadeguati. Le nuove teorizzazioni tendono invece a centrare l’attenzione sul mondo relazionale attorno al bambino, per cui viene posta maggiore attenzione sulle figure affettive coinvolte nella crescita (madre e padre – in primis - ma anche nonni, zii o coloro che, in generale, svolgono una funzione di accudimento). Tutto il mondo relazionale contribuisce, in misura variabile, al benessere psichico ed emotivo del piccolo.

Sebbene mamma e papà abbiano un’importanza centrale nel creare il legame di attaccamento, le funzioni sono diverse, direi complementari. Mentre il legame mamma – bambino come è noto, parte dal periodo della gravidanza, quella con il padre comincia in maniera più concreta dopo la nascita.

Da questa diversa forma di esperienza della genitorialità deriva la ricchezza dei due tipi di legame: la mamma generalmente protegge, accudisce e tende a mantenere un rapporto fusionale che dona sicurezza emotiva al bambino; il papà invece è colui che pone un ponte verso il mondo esterno, colui che permette a mamma e figlio di includere nel loro legame altre figure. Tale processo è fondamentale per un sano ed equilibrato sviluppo emotivo e relazionale del bambino, in quanto sollecita le nuove competenze relazionali dello “stare nel mondo”.

Inoltre, proprio per il suo essere “gancio” verso l’esterno, il papà spesso ha un peso molto importante nell’esplorazione, rappresenta – infatti - colui che permette al bambino di sperimentarsi in sfide nuove, facendogli testare le potenzialità, ma ciò senza negare il giusto supporto e la giusta protezione, quando tale esplorazione diventa fonte di angoscia. Tutto ciò contribuisce a formare adulti autonomi, adattabili e fiduciosi in sé stessi.

Alcuni ricercatori di Oxford hanno punteggiato molto sul potenziale effetto positivo che può avere un padre nel benessere del bambino; primo fra tutti la riduzione dell'impatto di problemi importanti come, ad esempio, una possibile depressione materna.

L’elemento monitorato è stato il “coinvolgimento paterno”, termine tecnico che definisce tre condizioni essenziali:
  • convivenza del padre nella casa in cui vive il figlio;
  • partecipazione ad attività divertenti, stimolanti, affettive (gioco, lettura, addormentamento, esplorazione sociale);
  • responsabilità e funzioni di cura.

  • È emerso che il coinvolgimento paterno nella vita di un figlio ha tali possibili effetti:

  • può garantire un migliore successo scolastico;
  • migliora il funzionamento sociale/relazionale sia durante l’infanzia sia durante l’adolescenza;
  • riduce il rischio di problemi comportamentali in adolescenza.

  • Va specificato che tali effetti sono validi quando la figura paterna, oltre ad essere coinvolta nella vita del figli, è emotivamente in uno stato di benessere. È stato infatti dimostrato che quando il padre è depresso ed insoddisfatto, il livello di sviluppo cognitivo del figlio è inferiore, così come il mondo sociale e relazionale più povero.

    Complessivamente, lo studio conferma che il coinvolgimento paterno:

  • riduce la frequenza di problemi comportamentali nei maschi e dei problemi di ordine emotivo-psicologico nelle adolescenti e nelle giovani donne;
  • rinforza lo sviluppo cognitivo. Relativamente a questo punto vale la pena citare un altro studio, sempre appartenente al mondo anglofono, pubblicato su “Infant Mental Health Journal”. Alcuni ricercatori, sottoponendo dei bambini ad una serie di test cognitivi, hanno rilevato che raggiungevano delle migliori performance coloro che avevano vissuto una maggiore vicinanza paterna, già nei primissimi mesi di vita. Inoltre, sembrerebbe che - i bambini abituati a vivere momenti di lettura di libri insieme ai padri - possiedano già a partire dai due anni un migliore sviluppo di abilità linguistiche ed una migliore competenza nella risoluzione dei problemi;
  • riduce i comportamenti antisociali su tutto l’arco dell’età evolutiva.

  • I risultati emersi non sono sorprendenti, ma degni di essere segnalati, in quanto non solo confermano l’importanza della presenza del padre nella vita dei figli, ma ne rivelano tutte le potenzialità benefiche nello sviluppo. La presenza di un padre adeguatamente coinvolto fa la differenza. Credo sia opportuno sottolineare che l’avvicinamento emotivo dei padri, non deve rappresentare una contemporanea rinuncia al proprio ruolo autorevole. Essere amorevoli, accudenti e presenti, senza una sana dimensione delle regole, rende i figli disorientati, insicuri ed ansiosi.

    Ed il rifiuto?

    Ronald Rohner, professore presso l’Università del Connecticut, ha analizzato svariate ricerche realizzate a livello internazionale nell’ultimo mezzo secolo, mettendo in evidenza come l’esperienza del rifiuto, soprattutto da parte dei genitori, durante l’età pediatrica, abbia un effetto molto forte sullo sviluppo della personalità. Nello specifico i bambini, in risposta al rifiuto da parte dei genitori, tendono a sviluppare un atteggiamento profondamente ansioso ed insicuro, nonché risultano più ostili e aggressivi nei confronti degli altri.

    Tale condizione pone poi le basi per relazioni adulte problematiche per via della difficoltà ad instaurare relazioni sicure e fiduciose con i loro partner.

    Tali ricerche mostrano che le parti del cervello che vengono attivate, quando le persone si sentono respinte, sono le stesse che si attivano durante l’esperienza del dolore fisico. Rohner afferma: “A differenza del dolore fisico, le persone possono psicologicamente rivivere il dolore emotivo del rifiuto più e più volte per anni”.

    Sembrerebbe che tale dolore del rifiuto abbia un impatto ancora maggiore quando ad agirlo è il padre. Un team di psicologi, provenienti da 13 nazioni che lavorano all’International Father Acceptance Rejection Project, ha sviluppato una spiegazione di questa differenza: sembrerebbe che i bambini e i giovani adulti tendano a porre maggiore attenzione verso chi viene percepito come dotato di maggiore potenza e prestigio. L’uomo culturalmente (e spesso questo è un messaggio implicito che si mantiene al di là delle dichiarazioni di parità tra i generi) è colui che detiene tali caratteristiche. Quindi, se un bambino percepisce suo padre come colui che ha maggior prestigio, allora sarà proprio lui ad avere maggiore influenza nella vita del bambino, più di quanto potrebbe averne la madre.
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